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Grafico, certo, e discografico, imprenditore, o meglio intraprenditore, editore, promotore culturale e organizzatore di eventi. Gianni Sassi è stato protagonista vulcanico della vita culturale italiana tra gli anni 70 e 90: per 20 anni le sue trovate geniali e i suoi progetti artistici eversivi, hanno imperversato su piazze, giornali, manifesti pubblicitari, riviste specializzate (anche di sua creazione), sale convegni, copertine di lp. Prematuramente scomparso (nel 1993, a soli 55 anni) e sorprendentemente poco ricordato Sassi - e il suo debordante operato creativo- difficilmente possono essere ricondotti in un’unica categoria artistica e sfuggono a una singola definizione. Art director, forse, è quella più appropriata, perché l’inventore della Cramps Records (coautore dei testi degli Area, creatore di Milanopoesia e della rivista Gola-antesignana di Slow Food- e delle prime pubblicazioni della Coop) è stato soprattutto un infaticabile e irripetibile accentratore e coordinatore di arti, intuizioni e talenti, capace di mettere insieme professionalità, di condividere idee dalla portata innovativa contagiosa e di realizzarle con tenace disinvoltura e gran godimento. Gianni Sassi infatti si divertiva (pazzamente, smisuratamente, come i poeti futuristi a cui dedicò le incisioni a 33 giri “Futura-poesia sonora”contenenti, tra le altre cose, il terrifico urlo di Antonin Artaud) e proprio questo gusto nel fare e nel perseguire solo le scelte che davvero lo interessavano, a costo di rimetterci economicamente, gli ha permesso di spaziare in mille ambiti creativi. Di intessere una rete di progetti, sperimentazioni e alleanze artistiche che ha funzionato a meraviglia fino a che a dirigerla c’è stato lui e che si è smagliata quasi subito con la sua scomparsa. Un sistema complesso, privato del suo magnetico coordinatore, collassato e disorientato dove ora provano a mettere ordine Claudio Bartolucci, Viviana Bucci dello studio grafico e di progettazione web Multiplanet di Pesaro con Adriana Braga. Lo fanno attraverso la realizzazione di un sito sperimentale, www.giannisassi.org, un imponente lavoro in fieri di raccordo, un po’ deposito digitale e un pò mappa del tesoro delle molteplici creature di Sassi & friends. La lista dei compagni di vita, arte e lavoro del comunicatore attivo a Milano, ma bellunese di madre, varesino di padre e pesarese per le vacanze, è impressionante: alcuni di loro sono stati scoperti e promossi da Gianni Sassi e il sito comunque, li menziona, li racconta, li linka tutti; compaiono anche Juan Hidalgo, Nanni Balestrini, Eliseo Mattiacci, Valerio Magrelli, Paolo Volponi, Emilio Tadini, Alberto Camerini, Jean-Jacques Lebel, Eugenio Finardi, Valeria Magli, Freak Antoni... L’idea di intrecciare percorsi e saperi è stata la cifra del lavoro di Sassi: da soli non si può, lo slogan di uno dei più famosi manifesti Arci di sua invenzione, è stata la regola valida per tutti i progetti sin dall’inizio, a partire dalla casa editrice ED912 fondata nel 1965 con Daniela Palazzoni, Sergio Albergoni e Gianni Emilio Simonetti e dello studio grafico (poi studio pubblicitario, fucina culturale e quartier generale di intellettuali e artisti) Al.Sa., dove “Al” stava per Albergoni e “Sa” e per Sassi. Condivisione, dunque, ma anche riconoscibilità del segno grafico (che per Sassi ha il nitore e l’essenzialità di tre soli caratteri: Times, Futura e American Type Writer), insofferenza al consenso nel messaggio, potenziale sovversivo di una comunicazione sofisticata e sostanziosa che non è mai cosmesi ma è pensata e realizzata per suscitare una reazione, esplicita, ma non troppo, e diretta ai buoni intenditori. Poche parole (Sassi, pittore e medico mancato non le prediligeva, a meno che non riuscisse trasformarli in oggetti sensoriali) e poco importava che poi non fossero comprese tutte, una per una: l’importante, ricorda Sergio Albergoni, era dare segnali di differenziazione significativa. Per Gianni Sassi la grafica- la moda, il design, le arti visive, l’artigianato, la ristorazione- erano prima di tutto un fatto di comunicazione, e non poteva esistere comunicazione che non fosse anche cambiamento, innovazione, rivoluzione. Strumento di resistenza contro stagnazione e censura adoperati con lucidità ma senza clamore e sempre col preciso intento di spiazzare. Nel 1972 Sassi, attraverso il docile omino rosso della Polistil, mandava dalle pagine di un innocuo Topolino (ancora edito da Mondadori) messaggi nuovi e inaspettatamente insolenti, per quegli anni (Non rompere!), metteva Paola Pitagora (fresca di Promessi Sposi) a giocare con la piste delle automobiline e un’irriconoscibile Battiato a stelle strisce a sedere sulle poltrone Busnelli al grido di “Cos’è, non avete visto mai un visto un divano?”; di Battiato Gianni Sassi ha curato, inoltre, immagine e grafica dei lavori anni 70, Fetus e Pollution, prima che cominciasse l’era del cinghiale bianco. Sue anche tutte le più famose copertine degli Area (Caution Radiation Area, Event 76…): ricorda il tastierista del gruppo Patrizio Fariselli “Sassi se ne usciva sempre con affermazioni per me sorprendenti; come se la decodifica degli eventi sonori per noi avvenisse utilizzando pesi specifici differenti. Questo mi incuriosiva terribilmente di lui e, senza saperlo, mi insegnava a scavare a fondo nella qualità dell’esperienza musicale, stimolandomi a tener conto di punti di vista al di fuori dei parametri strettamente musicali”. Frequentare la musica contemporanea sotto lo pseudonimo di Frankestein, attraverso la grafica e la produzione ( la creazione della Cramps records e delle collane Nova Musicha, Multhipla e DIVersi) era per Sassi l’ennesimo modo di comunicare e sdoganare così esperienze artistiche altrimenti inaccessibili, Stratos, Bailey, Tudor, Ashley, Lacy, John Cage, rendendole popolari a dispetto di ogni accusa di astrusità. Gianni Sassi fu anche il primo a capire e promuovere la portata comunicativa, culturale e sociale del cibo e del vino e ad occuparsi di enogastronomia in maniera dotta e originale vent’anni in anticipo sulle mode: la sua “Gola”, mensile di cultura materiale, che ha dato il nome all’Arci (Gola) e il là all’esperienza Slow Food e a tutte le successive realtà editoriali di settore, è stata davvero un cenacolo interdisciplinare, e basta scorrere gli indici della rivista (1981-1988) per farsi un’idea dello spessore e della lungimiranza di contenuti e riflessioni . Nei primi due numeri dell’annata 1982 si trova Roland Barthes che tratta di psicosociologia dell’alimentazione contemporanea, un pezzo di Carlo Emilio Gadda sul risotto patrio e uno di Jaroslav Novak sul cibo in carcere. Leonetta Bentivoglio parla delle donne doviziose di Fellini, Giuseppe Scaraffia delle cene di Lord Brummel, Renata Pisu dei menu di Mishima., Alberto Capatti di whisky e tè nel giallo anni 30. E ancora cibo per bambini, nesso tra porco, oracolo e Apollo, obesità americana, funghi e suoni secondo Cage, modi di vivere la propria terra e la propria cultura. Tipicità, qualità, globalizzazione (bocciata, ovviamente), contaminazione, multimedialità: i temi e i termini che oggi suonano abusati e stantii, rintoccavano festosi, inediti e carichi di promesse nelle proposte progettuali di Sassi che nascevano come fioriture spontanee, prolificavano e si spegnevano con svagata incoscienza. Maestro della raffinata arte della citazione, Sassi ha ammantato tutte le sue creazioni (convegni, lp, ceramiche, mostre d’arte) di una veste grafica che attinge dalla fotografia, dall’illustrazione e dall’iconografia ottocentesca. L’arte, soprattutto, contemporanea e antica, era serbatoio privilegiato per la costruzione di tabulae rasae, retaggio diretto dell’esperienza tipografica, dove campeggiano, forti e chiari, grandi caratteri Times e assemblaggi ludici di oggetti e corpi, variazioni e stonature su temi quotidiani, che disorientano alla seconda occhiata e, come certi sogni fastidiosi, trasmettono un disagio e una senso di straniamento appena percettibili e mai del tutto spiegabili. Se per Sassi la creatività era il luogo dove nascono le idee, queste per essere realizzate avevano bisogno di un lavoro d’equipe (“il comunismo per lui più che un’ideologia era uno stile di vita” ricorda l’amico Claudio Bartolucci) e di una fruizione comune, quasi conviviale. Per questo la sua comunicazione era sempre orientata all’evento, alla socialità e il segno grafico, strumento per veicolare stimoli e suggerimenti, diventava un segnale, una proposta di direzione, l’invito a un appuntamento piùe grande con la realtà -e la cultura- materiale e viva. Non è un caso che sia stato Sassi a promuovere in Italia il fenomeno artistico trasversale e internazionale di Fluxus le cui origini vengono rintracciate in Duchamp, Dada e teatro futurista e che, nel suo scorrere anarchico e vitale, si proponeva di instaurare e rintracciare forti relazioni tra arte e vita quotidiana. La lezione di Fluxus, secondo lo stesso Sassi, era (e probabilmente è) quella di imparare a rivedere le cose da un punto di osservazione libero da modelli e guardare il mondo con atteggiamento laico nel continuo sforzo di modernizzarlo. Viene da chiedersi di che cosa si occuperebbe oggi, Gianni Sassi. Viviana Bucci, che lo ha conosciuto bene, dice che di sicuro avrebbe studiato a fondo le nuove tecnologie e i nuovi sistemi di comunicazione e messo tutti (filosofi, artigiani, informatici, economisti, designer, poeti...) attorno a un tavolo internazionale per discuterne insieme. Intanto nell’impossibilità di immaginarne le possibili folgorazioni, e nella speranza di riaccendere dibattito e attenzione sulla sua figura e la sua attività, Viviana Bucci e Claudio Bartolucci curano a Pesaro una mostra e un incontro dedicato a Gianni Sassi, protagonista dell’evento speciale conclusivo della rassegna 70’s Flowers –racconti, miti ed icone della rivoluzione artistica e culturale degli anni 70 promossa dalla Provincia di Pesaro e Urbino. Il 15 ottobre presso la Galleria di Franca Mancini (luogo non causale, già sede di allestimenti e incontri di artisti vicini a Sassi) verrà presentata la versione aggiornata del sito www.giannisassi.org, e si svolgerà un incontro con i suoi amici di vita e di lavoro: tra loro il musicista Patrizio Fariselli degli Area, Alberto Capatti, direttore di Slow Food, già direttore della Gola e l’artista Claudio Parmiggiani. Nella stessa data sarà inaugurata una mostra inedita visitabile fino al 25 ottobre comprendente una video istallazione sull’esperienza dell’etichetta musicale indipendente fondata da Sassi, la Cramps Records dal titolo “Musica per gli occhi”. Accanto alla sezione musicale è previsto l’allestimento di una Parete digitale dove verranno esposti tutti gli Indici di Alfabeta, il mensile di informazione culturale della cooperativa omonima ideato da Sassi, e i Piatti della poesia realizzati nel 1988 col pesarese Franco Bucci, caro amico, creatore e artista di ceramica d’uso. Si tratta di una vera e propria edizione di poesia, a tiratura limitata e numerata, servita su piatto piano. Le ceramiche sono Bucci, le visualizzazioni grafiche di Sassi, i versi di alcuni dei maggiori esponenti di letteratura, musica e arte d’avanguardia: Nanni Balestrini, Juan Hidalgo, Walter Marchetti, Antonio Porta, John Cage, Jean Jacques Lebel e Adriano Spatola.
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