Ricordare
un progetto di Gianni Sassi per chi lo ha conosciuto,
ma soprattutto per chi ha lavorato insieme a uno degli
intellettuali e organizzatori di cultura più
geniali e più generosi che l’Italia abbia
avuto, non è facile, anche perché il suo
ricordo, almeno per me, è costante, quasi quotidiano,
come se Gianni mi vedesse da qualche parte e mi giudicasse
severamente, come severa è sempre stata la sua
vita, non tanto perché contraria ai piaceri,
anzi, quanto severa nei riguardi dei compromessi e di
tutti coloro i quali si elevano come paladini e tutori
delle libertà altrui. Ho collaborato con Gianni
dai primi anni ’80 fino alla sua scomparsa, 1993,
nelle attività editoriali, Alfabeta e La Gola,
per il festival di cultura Milanopoesia per le mostre,
indimenticabile l’esperienza Gli Stili del corpo,
dedicata al cibo e ai suoi simboli del XX Secolo (1988,
Milano). Inoltre Gianni è stato l’art director
della rivista Ottagono, quando nel 1991, mi affidarono
la direzione. Ecco, proprio quest’ultima esperienza
può far comprendere meglio come mai Gianni Sassi
abbia cercato, sempre, di andare oltre i confini delle
discipline, delle competenze, alla ricerca del nuovo
e soprattutto della verità degli altri, uomini
cose esperienze luoghi, ma anche storie lontane che
siano. Il design, la cultura artigianale, la stessa
architettura rappresentavano per Sassi non tanto dei
modelli progettuali, ma esperienze espressive, linguaggi
culturali dove, al centro, c’era sempre e soltanto
la persona, con le sue qualità ma anche i suoi
limiti, intesi come l’irriducibile individualità
che ciascuno di noi si porta dentro di se e che soltanto
i veri artisti sono in grado di esprimere, indipendentemente
dal successo e dalla riconoscibilità del ruolo
che la società impone. Che cosa sono i piatti
per la poesia o, meglio, cosa rappresenta, ancora oggi,
il progetto Un piatto per la poesia, realizzato al suo
grande amico di Pesaro, complice e amico gentile e ospitale,
sperimentatore indefesso nel campo della ceramica, Franco
Bucci e il suo Laboratorio Pesaro? La poesia, intesa
come l’estremo e unico territorio di libertà
del proprio spirito, rappresenta la ragione più
forte per comprendere questa avventura culturale, insieme
all’utopia della libertà artistica, la
sua difesa assoluta (Gianni, uomo dolcissimo, diventava
“duro e violento “ nelle espressioni verbali
ma anche nel volto, quando qualcuno osava, soprattutto
se era il potere qualsiasi potere di qualsiasi orientamento
politico a volerlo, censurare un’opera), ma anche
la consapevolezza che è necessario usare tutti
i mezzi perché questo messaggio di libertà
si diffonda, venga conosciuto anche da chi non è
abituato a frequentare i luoghi e gli strumenti dell’accademia.
Da questo punto di vista, i piatti per la poesia sono
la logica conseguenza Milanopoesia; ovvero affidare
a un oggetto più quotidiano , più banale,
il messaggio della ricerca più avanzata, più
solitaria, più personale, al di là delle
convenzioni linguistiche e dei riti consolidati. Superare
confini perché tutti possano impadronirsi della
poesia che è in noi, non diventare tutti poeti,
ma sperimentare il linguaggio della poesia per comprendere
meglio noi stessi che gli altri. Gianni non era un illuso;
sapeva che la complessità del mondo, del sistema
economico e politico in particolare, ma soprattutto
riconosceva alle arti oltre che la libertà, la
dimensione specialistica. Da qui il rispetto delle tecniche
espressive e la frequentazione dei laboratori, in particolare
quello dell’amico Bucci a Pesaro. Pesaro era anche
la città dove passava le sue brevi vacanze estive,
rifiutando il rito dei bagni, per dedicarsi a nuove
avventure culturali, nuovi intrecci tra le arti, secondo
una visione che gli veniva dal movimento Fluxus. I piatti
per la poesia sono nati nella casa di Bucci, in un grande
terrazzo coperto, davanti probabilmente ad un piatto
di prosciutto di Carpegna, discutendo insieme a Balestrino,
Lebel, Mattiacci e altri ospiti, secondo una logica
aperta di confronto tra idee diverse, tutte comunque,
questo era il desiderio forte sempre presente in Gianni,
tese a comunicare e promuovere nel mondo dei “non
credenti” la fede nella poesia e nella libertà.
Non è a caso che alcuni piatti siano stati disegnati
da artisti legati alla poetica di Fluxus, il movimento
di avanguardia che Sassi conosceva come militante, ma
soprattutto come complice di percorsi multidisciplinari;
la grande mostra Ubi Fluxus ibi motus, coordinata assieme
a Gino Di Maggio e Achille Bonito Oliva per la Biennale
di Venezia (1990), è stata un avvenimento fondamentale
per far conoscere, almeno in Italia,una delle ricerche
più libere da vincoli burocratici e disciplinari.
È in questa atmosfera che si è sviluppata
l’idea di dare una forma nuova alla scrittura:
poesia, linguaggio visivo, un materiale come la ceramica,
la dimensione del piatto, inteso come il luogo di un
rito centrale della cultura materiale: il cibo, un altro
dei suoi interessi culturali. In un certo senso con
il progetto Un piatto per la poesia, Gianni Sassi ha
messo insieme alcuni tavoli del suo lavoro di intellettuale
e di organizzatore di cultura, chiamando intorno a se
come una sorta di convivio platonico (perché
per Gianni era necessario condividere non l’ideologia
ma la libertà e il rispetto dell’autore,
sacro, intoccabile), Nanni Balestrino, Luigi Ballerini/Eliseo
Mattiacci, John Cage, Juan Hidalgo, Jean Jeaques Lebel,
Walter Marchetti, Antonio Porta, Takako Saito, Gian
Emilio Simonetti, Adriano Spatola. 11 piatti perché
Cage ne ha realizzati due, più tre dedicati ad
altrettanti festival di Milanopoesia (1988, 1989, 1990).
I piatti per la poesia rappresentano un’esperienza
che possiede un duplice valore: da un lato, esprimono
una funzione estetica che supera il tempo e il luogo
del progetto, immettendo nel circuito delle arti una
serie di opere uniche e originali. Dall’altro
lato, e questo costituisce, almeno per me, la grande
eredità che ha lasciato Gianni Sassi, sono il
risultato di una ricerca senza fine che ha sempre messo
al centro il valore irriducibile dell’espressione
artistica, in quanto segno tangibile che le libertà
appartengono all’uomo e non al sistema, alle parole
e alle opere e non agli strumenti, all’individuo
e non al gruppo o a un partito. I piatti per la poesia
sono come una foglia: così scriveva, presentando
la mostra dedicata al movimento Fluxus, a Venezia, “certamente
la foglia che galleggia gettata nella corrente ci segnala
la direzione, evidenzia la velocità, ci trasmette
i sussulti e le asperità di un navigare quasi
mai lineare e tranquillo, ma continuamente obbligato
a superare impedimenti, rallentamenti, burrasche, deviazioni”.
Sapessi, Gianni, quante burrasche e deviazioni da quando
ci hai lasciato. Ma noi imperterriti, come la foglia,
fragile, ma sempre a galla, andiamo avanti, guardando
sempre oltre i sussulti, nella speranza di rincontrarti
per parlare di altri piatti per la poesia. Ne abbiamo
bisogno. |
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