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Come ha conosciuto Gianni Sassi?
“Non ricordo bene la data, ma
dovrebbe essere stato il 1960-’61. Lui era fidanzato
con una ragazza che aveva un bar qui a Milano, in piazza
Martini, da noi frequentato. Ci siamo presi subito,
infatti, io sono considerato il socio storico di Sassi.
La prima società che abbiamo costituito insieme
è stata l’Al.Sa, Albergoni-Sassi appunto.”
Quando e come nasce il vostro studio
pubblicitario, l’Al.Sa?
“L’Al.Sa nasce nel ’63.
Ero uno studio “grafichetto” iniziale, nato
perché eravamo entrambi studenti e volevamo semplicemente
guadagnare qualcosa.”
- Quali erano i vostri rispettivi compiti nella gestione
dello studio?
“Gianni era sicuramente l’art director e
io invece il copywriter. I compiti non si mischiavano
mai perché io non sapevo usare la matita e lui
non aveva la passione della scrittura.”
- Gianni Sassi studiava medicina, mi sa spiegare come
si avvicina alla grafica?
“Sì, lui era iscritto a medicina quando
ci siamo conosciuti. Non aveva tanto una passione per
la grafica, ma per la pittura. Una passione che coltivava
come cultura personale; ha anche provato a cimentarsi,
ma non ha avuto una gran fortuna… E, come dicevo,
ci siamo piegati all’ipotesi dello studio solo
per fini economici. Poi, successivamente, lo studio
è diventato un’agenzia vera e propria,
tanto da affiancarsi ad una tipografia. Diventiamo,
infatti, soci di una tipografia.”
Ecco, ma come avviene il passaggio
all’attività tipografica?
“All’inizio affidavamo
la stampa dei nostri “lavoretti”, come bigliettini
e opuscoletti, a due o tre tipografie. In una di queste
c’erano due ragazzi nostri contemporanei, Giovanni
Neri e Bruno Pedrini. Sono venuti via dall’agenzia
per cui lavoravano e tutti e 4 insieme ne abbiamo costituita
una nostra, a Cologno Monzese.”- E si chiamava?
“Arti Grafiche La Monzese.”
Augusto De Ponti ci spiegava che all’inizio
progettavate una pubblicità “normale”,
poi quando iniziate a frequentare gli artisti, il vostro
lavoro si differenzia dagli altri. Secondo lei, che
cos’è che faceva la differenza?
“Non glielo so dire. Così
era giudicato dagli altri. Per noi era un percorso culturale,
ma non ci siamo resi conto: abbiamo iniziato come tutti:
copiando e modificando. I clienti ci dicevano che erano
cose troppo avanzate, ma alla fine con qualche leggero
ritocco si rendeva accettabile… e comunque ripensando,
alcune erano idee forti per quel periodo, anche se era
un periodo positivo, molto vivace, forse troppo, tanto
da essere considerato negativamente negli anni successivi.”
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