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Intervista a Jean-Jacques Lebel
Agosto 2005 - Parigi
Ciao, Gianni!
Il mio intervento si dovrebbe intitolare Elogio di Gianni Sassi perché era un personaggio davvero unico. Ognuno di noi, almeno così spero, incontra nel corso della sua esistenza, due o tre personaggi – non di più – fuori dal comune, fuori dimensioni, fuori limite, fuori norma, fuori epoca, che ci obbligano a cambiare e a ridefinire il senso dell’esistenza. Gianni Sassi, per me, fu uno
di quelli. Per primo, mi ha fatto capire quanto l’amicizia – così come l’amore – sia una fonte
di energia fondamentale, ed un motore assolutamente necessari a quelli per cui vivere significa non solo sopravvivere, ma lottare collettivamente per inventare modi alternativi di innovazione culturale e di trasformazione sociale.
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- Quando l’hai conosciuto?
Venni a Milano nel luglio 1968, invitato da Giangiacomo Feltrinelli per pubblicare un libro sul Maggio 68. Contemporaneamente cercavo qualcuno che stampasse un mio manifesto contro il festival
di Avignone che era gestito dal PCF. Noi anarchici continuavamo così la lotta, contro i poteri istituzionali. Sassi stampó nostro manifesto in tredici punti dalla tipografia di “Bit”, la rivista
che faceva con Daniela Pallazuoli e Gianemilio Simonetti.
Così venni a conoscere e amare
il personaggio. Siamo diventati subito fratelli. Gianni già era un produttore di “rhyzome” – secondo
il concetto formulato da Deleuze e Guattari – cioè un motore d’azione e di diffuzione non di oggetti d’arte ma del processo creativo stesso. Ha ridato senso, nell’ambiente del movimento sessantottesco europeo, all’idea e alla pratica della cooperazione, non solo con la sua Cooperativa Intrapresa e Milanopoesia, ma con le sue numerose attività collettive, mettendo a disposizione
di centinaia di cooperanti internazionali – famosi o ancora sconosciuti – strumenti di lavoro, mezzi
di espressione libera, fuori e spesso contro la cultura industralizata e istituzionalizzata.
Dai primi anni delle sue attività professionali in poi Gianni ebbe come compagni di vita Gianemilio Simonetti – in qualche modo suo “iniziatore” alle Avangardie Storiche – Gino di Maggio – co-editore e co-organizzatore – e Albergoni – importante sostegno. Ciascuno di loro, omnipresente, dovrebbe raccontare la sua versione ed il “suo” Sassi.
A parte la sua stretta collaborazione con Demetrio Stratos ed il suo gruppo Area, c’è da sottolineare la sua notevole affinità nel campo musicale
e nel campo delle performances di tipo Fluxus col gruppo Zaj, Juan Hidalgo, Walter Marchetti, Esther Ferrer, ai quali era anche legato affetivamente. Insieme hanno realizzato per anni avvenimenti artistici di grande respiro. Gianni era un amico fedelissimo, qualità rara.
La lista delle persone di vari paesi, invitate a collaborare alla Cooperativa Intrapresa o a Milanopoesia è così lunga che sarebbe impossibile nominarle tutte qui. Basta studiare i programmi ed i manifesti raccolti da Adriana Braga e Claudio Bartolucci per il sito “Gianni Sassi” per avere un’idea del suo spirito apertissimo
e della diversità delle sue passione, dalla più sperimentale alla più tradizionale.
Ci fu, in verità, un’ “era Sassi”, un “periodo Sassi”, un “focolare di ribellione Sassi”, un “movimento di resistenza Sassi”, ed un tipo di “mise en œuvre collective” Sassi. Praticava l’organizzazione autonoma – dunque lavorava indipendentemente da ogni potere amministrativo e politico, anche dai poteri così detti “di sinistra”, ed in particolare del genere Craxi/Verdiglione che imperversavano già molto prima che scoppiasse Tangentopoli: fenomeni verso i quali Sassi aveva rifiuto chiaro
e preciso.
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- Come descriveresti esattamente la sua attività?
Il suo scopo ultimo non era accumulare soldi e potere, ma, insieme ai suoi amici artisti, suscitare
la nascita di un nuovo pubblico, un nuovo tipo di cittadinanza attiva, fuori della macchina dello stato e dei partiti, fuori dell’alienazione consumistica. Se mai le parole “spazio di libertà” hanno avuto senso, era attorno a lui, risultava dalle sue attività eversive nel campo culturale dunque sociale.
Per l’Italia e per Milano Gianni era “troppo”. Fu combattuto, sabotato, emarginato per questa ragione anche dalla “Sinistra per bene” che temeva i suoi “eccessi”, che, poi, erano per niente eccessivi. Per questi signori era troppo radicale, troppo duro, troppo utopico, troppo esigente con se stesso e con gli altri. Per noi, agenti della trasformazione socioculturale, era un alleato insostituibile.
Quando dico che Sassi fu “troppo” per la Milano di allora – e non parliamo neanche di quella “berlusconizzata” di adesso – non credo di esagerare. Gli storici dovranno fare i conti ed analizzare la quantità e la qualità del distacco fra gli artisti radicali in generale – e Sassi in particolare –
con il immediato contesto sociale e culturale. Facciamo solo un esempio dell’abissale distanza
fra le attività di Gianni e la cultura dominante del suo tempo. Nel 1983 pubblicò un manifesto programma, su una pagina intera di Alfabeta, presentando un anno delle attività organizzate dalla Cooperativa Intrapresa, cio é da lui. Ancora oggi, dopo ventidue anni, crea stupore.
Sotto un grande titolo – “Il rito nascosto del pensiero” ed un disegno di Ben – con un’impaginazione – pugno dove
si riconosce subito la mano–martello dell’art director Sassi – leggiamo, per la sola stagione 1983, un elenco di avvenimenti senza nessun paragone in Italia o qualsiasi altro paese:
- Sei spettacoli di danza: Banana Lumière, Banana Morbid, Le aventure della signorina Richmond, Le Milleuna, Indications de jeu, Papier
- Tre spettacoli di teatro: Fuochi incrociati, Il Roveto Ardente, Assassinio, speranza delle donne
(i due ultimi di Oskar Kokoschka, niente di meno)
- Una Soirée Dada (“collage mimofonico d’una avanguardia”)
- Un allestimento: Progetto Savinio
- Vari interventi esterni, performances, ecc.
- Una manifestazione internazionale di poesia Guerra alla Guerra, con trenta tra i massimi poeti contemporanei (il remix della stessa manifestazione da me già organizzata all’Unesco di Parigi, con cinque italiani in più)
- Un festival internazionale di poesia performances, musica e video: POLYPHONIX 5 (altro remix della stessa manifestazione parigina, con artuti diversi)
- Una rassegna cinematografica dedicata all’opera di Carlo di Carlo
- Sei mostre/documentazione (Futurismo, Dadaismo, Surrealismo, Erik Satie, Fluxus, poesia visiva)
- Performances di musica con i maggiori esponenti italiani
- Quattro concerti performances (Giuseppe Chiari, Cornelius Cardew, Davide Mosconi, Giancarlo Schiaffini)
- Sei serate dedicate alle Avanguardie Storiche (Dada e la poesia, Dada e il cinema, Dada
e il teatro, Futurismo e poesia, Futurismo e danza, Surrealismo e poesia).
Tutto questo in un’unica stagione. E così via per più di vent’anni. Forse non era solo un uomo, ma una centrale elettrica, una fabbrica di energia artistica.
Era radicale Gianni, e come! Ma per niente pazzo! Conosceva bene la strategia del “détournement” (del rivolgimento) situazionista e lo praticava. Non era un naïf né un “looser”. L’arte, per lui, non era una merce ma un strumento di cambiamento sociale. Andavamo d’accordo per questo.
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- Quindi ammiravi la grande capacità organizzativa e di comunicazione per la diffusione di contenuti artistici, ma dal punto di vista economico, come riusciva a fare tutto questo?
L’entrata alle manifestazioni organizzate da lui – il famoso concerto di Cage al Lirico, il treno musicale con
Cage e il gruppo Zaj, Guerra alla guerra a San Carpoforo, Polyphonix 5 al Carcano, Milanopoesia alla Besana e poi
all’Ansaldo, ecc… – erano a pagamento. Tutti quanti i suoi dischi – ragruppati sotto la bandiera Cramps – per esempio
la sua meravigliosa antologia sonora di poesia Futura, giornali e riviste come Bit, Cavallo di Troia, Alfabeta, La Gola,
SE, ecc… come tutti i cataloghi e libri ideati e impaginati da lui, erano in edicola. L’affito dei teatri va pagato, così
come le tipografie, i tecnici e i artisti. Dunque una circolazione economica e sociale era pure inevitable.
Ma nell’attività culturale lui non cercava affatto un affare redditizio dal punto di vista commerciale.
La sua tattica – che rimane esemplare anche se i carrieristi, di oggi o di domani, non ne vogliono sapere niente –
era semplice: guadagnare soldi altrove per potere evitare ogni servilismo nella attività artistiche, letterarie,
giornalistiche e politiche. Evitare ogni servitù, ogni compromesso.
Tutti i soldi guadagnati da lui come art director per pubblicità e manifesti di varie ditte,
lui li investiva nella Cooperativa Intrapresa. Così una totale libertà era consentita agli artisti
che lui curava. La sua politica era anzitutto artistica come quella delle Avanguardie storiche, per cui
lui nutriva una relazione passionale permanente.
Senz’altro sarà difficile, per le persone che non hanno potuto avvicinarlo o quelle che non hanno vissuto
il concerto di Cage al Lirico, i concerti di Demetrio Stratos – suo grande amico – e degli Area per cui
scriveva testi di canzoni, Polyphonix 5
o Milanopoesia, farsi un’idea concreta di come funzionava quell’uomo. Anche per chi si interessa sinceramente
di arte, di poesia, di “azione rivoluzionaria” – faccenda così rara da diventare quasi inimmaginabile oggigiorno –
sarà difficile capire come e perché quel personaggio ha potuto fare tutto quello che ha fatto. Non esiste una
biografia di Sassi e le fonti di informazioni sono introvabili o disperse. Non c’è neanche un elenco completo
e illustrato delle sue attività. L’archivio fotografico di Fabrizio Garghetti per esempio – dove molte ma non
tutte le attività di Sassi sono documentate – aspetta un editore da anni. I siti come questo e come
quello di Viviana Bucci e Claudio Bartolucci – www.giannisassi.org – saranno veremante utili per divulgare
informazione storiche precise. Gianni Sassi è da riscoprire come una delle forze culturale maggiore del suo tempo.
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- Ci puoi dire qualcosa di lui come persona?
Era un ragazzo di borgata, molto abitudinario. Odiava uscire dalla sua zona – piazzale Martini –
dove aveva vissuto fin da ragazzino appena trasferito a Milano da Belluno e dove aveva il suo ufficio,
quello della Cooperativa Intrapresa, dove raggiungeva ogni mattino i suoi collaboratori.
Il suo secondo ufficio, diciamo il suo “salotto”, dove dava appuntamenti notturni a tutti quanti – grandi o
piccoli – era il Lucky Bar. Questi due posti e casa sua e– dopo– la casa di Adriana, erano le
frontiere della “sua” Milano. Certo andava da Di Maggio a Mudima, al ristorante di Gualtiero
Marchesi ed, eccezionalmente, per fare un piacere a qualche ospite, fino a un ristorante sui
Navigli o all’Idroscalo. Il caffè lo prendeva sempre sotto casa sua, alle “Tre Marie”.
Nei pochissimi giorni o ore di vacanza che si consentiva, ci portava – sempre per ragioni
gastronomiche – in posti speciali a Reggio Emilia o Mantova. Era un buon cuoco, ossessionato
dalla qualità dei prodotti e delle tradizioni culinarie rigorose. Era più interessato alla
gastronomia che al sesso e questo suo “vizio” mi ha sempre fatto ridere. Insomma era un ragazzo
abbastanza serio. Non gli piaceva viaggiare ne muoversi fuori della “suo territorio”. Un po come i
leoni e i orsi.
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- Conosceva e aveva rapporti anche stretti anche con artisti stranieri, oltre te e Cage, e organizzava anche manifestazioni fuori Milano.
Sì, andava (per una serata di poesia) a Teramo negli Abruzzi, a Napoli o a Roma, ma era solo per lavoro.
Andava volentieri a Pesaro, dal suo grande amico, il ceramista Bucci, ma non andava mai al bellissimo festival di
Rossini di Pesaro, a causa di uno strano “atteggiamento di classe”, piùttosto dogmatico, disprezzando la lirica e
la musica classica. Di Rossini era interessato non alla musica, ma all’arte culinaria. Quando gli regalai un libro di
ricette del compositore, l’apprezzò e lo mise in biblioteca vicino al libro di ricette di Alexandre Dumas, altro
famoso buongustaio. Di Cage, la sola cosa che non gli andava giù era che non volesse mangiare carne. Si recava
volontieri a NewYork per trovare Cage, che ammirava, o a Parigi, per fare visita a me, amico fedele, o per
participare al festival Polyphonix. E anche venuto a Venezia per la mostra storica Ubi Fluxus, ibi motus – messa
su da Gino di Maggio, nel’ ambito della Biennale – della quale aveva curato il catalogo. Non faceva volentieri
altri viaggi, tranne che questi che ho citato. Milano stessa, come ho detto, per lui era ridotto al suo territorio.
Ho fatto una fatica tremenda per portarlo dai miei amici Mazzotta, di fronte al Piccolo Teatro. “Non vado mai da
quelle parti” diceva e considerava la “Milano–bene” come un paese straniero. Per Gianni il massimo del “libertinage”
era guidare in città sino a una zona lontana, nelle notti milanesi che d’estate diventavano quasi tropicali con un’aria
irrespirabile, per mangiare delle angurie ghiacciate. Beveva sempre lo stesso scotch (una grande marca) in enorme quantitá.
I suoi genitori erano comunisti militanti. Ho conoscuito il suo padre. Gianni ne parlava volontieri. Era andato in
pensione a Belluno dove passava le sue giornate a dipingere – in modo hyper realistico con una tecnica “fai da te” –
centinae e centinae rittratidi Lenin, di fronte o di profilo, su fondi gialli. Due o tre volte al anno, il vecchietto
saliva in treno e portava al suo figlio un pacco di rittrati di Lenin, uno più brutto del’altro. Prima che arrivasse il
babo, Gianni tirava fuori una diecina di rittrati di Lenin (ne aveva accumulato un sacco in cantina) e le metteva sui
muri per qualche ore, vicino ai manifesti di Milano Poesia ed alle opere Fluxus, alle fotos dei dadaisti, dei surrealisti
e così via. Il che, vedendo, il babo era contento. Appena era nel tram verso la stazione, Gianni le riportava in cantina.
Era un uomo dritto e secco, il padre di Gianni e mi ha fatto molto impressione, anche se fra sua visione del mondo e la
nostra c’erano secoli di sbiettamento. Il forte contrasto non era solo generazionale ne estetico. Le pie icone leniniste
dipinte con rispeto religioso dal babo e il disacrante umorismo dadaista, surrealista e Fluxus gradito dal figlio, erano
inconciliabile. Il primo era un credente, il secondo un miscredente. Mi meravigliano ancora di più l’orientazione politica e culturale di Gianni dopo avere conosciuto suo padre e parlato con lui.
Giustamente Gianni avrebbe potuto essere orgoglioso della sua origine proletaria e del suo ulteriore itinerario
subiettivo, ma di questo parlava poco. Gianni non ha avuto il privilegio di incontrare Breton, Péret, Duchamp, Ernst,
Michaux o Debord – i miei maestri e amici – ma il percorso individuale che lo portò a conoscere le opere di questi
personaggi di punta, era ancora più lodevole perché ci è arrivato da solo, senza nessun sostegno, proprio per pura
necessità mentale, per pura volontà. Inoltre aveva una profonda coscienza storica e politica. Era un comunista di base,
Gianni, senza tessera e senza nessun legame con la gerarchia del partito. Per dire la verità era un comunista libertario.
Insomma un fenomeno sociale senza paragone in Francia, (e se invece ce n’erano, non li ho conosciuti, a parte i miei
compagni del gruppo anarchico Noir et Rouge e del Mouvement du 22 mars, nel ’68). Da noi, da Marx a Bakunin in poi,
marxisti e anarchici si sono sempre combatuto, il P.C. francese essando stato, dal ‘inizio, il più stalinista, il più
burocratico, il più contro-revoluziaro, il più poliziesco, il più schiavo del atroce Realismo–Socialista imposto da Jdanov e
dal Komintern. Doppo la destruzione della rivoluzione dei consigli operai di Budapest, nel 1956, dai carri armati del Esercito
Rosso approvato del Partito Comunista Francese, il regime sovietico era stato definitivamente smascherato come totalitario e
reazionario, provocando una partenza in massa – non solo dei pocchi artisti e intellectuali rimasti doppo i processi di
Mosca e la svolta nazionalista della direzione francese, ma dai militanti di base di ogni tipo – partenza aggravata
moltissimo nel ‘68, fino a quasi svuotare dal tutto il partito. Un comunista come Gianni, amico dell’anarchico budhista
John Cage e discepolo del situazonista Guy Debord, non ce n’era in Francia, e non so se ce ne siano stati molti altri nel mondo.
La sua prassi sociale era contraria a tutte le norme burocratiche, a tutti i patriottismi di partito o di chiesa, a tutti i
diktats del mercato. E così invece di litigare, anche violentemente, come hanno sempre fatto, i comunisti e gli anarchici,
per una volta un comunista – certo molto atipico – ed un libertario – altrettanto atipico – hanno collaborato per più di
due decenni organizzando insieme manifestazioni artistiche e politiche internazionali, che nessuno dei due da solo sarebbe
stato in grado di concretizzare. Con Gianni tutto, o quasi tutto, diventava possibile!
Il Potlatch, per lui, non era un evento eccezionale, ma un modo di vita quotidiano, una passione necessaria, un etica.
Era estremo anche nella sua generosità, non per dovere, ma per piacere. Quando, in modo poco elegante, sono spariti nel
nulla quasi tutti amici che lui aveva aiutato per anni, tramite la Cooperativa Intrapresa o Milanopoesia, nell’ultimo
periodo, dove lui stava perdendo la sua battaglia contro il cancro, si teneva per sé la sua tristezza in maniera davvero
signorile. Ad eccezione di un piccolo gruppo di fedelissimi, è stato abbandonato e, di certo, questo mancato ritorno
d’affetto, l’ha ferito e ha probabilmente accelerato la sua fine. Era di un incredibile pudore, non esprimeva mai la
sua tristezza, né il suo dolore. La sua gioia sì, il suo dolore mai! La teoria della lotta di classe non spiega tutto
e, in particolare, non spiega come un figlio di proletari come Gianni abbia potuto più volte dare durissime lezioni
di autentica eleganza ai prepotenti piccoli e grandi borghesi che avevano (e hanno ancora, più che mai) in mano, la
cultura in Italia.
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- Cioè vorresti sottolineare come né le difficoltà economiche né la malattia modificarono il suo modo di essere e agire, che quindi veniva da una pura necessità interiore?
Proprio così. A questo proposito vorrei raccontare tre episodi, dei quali sono stato testimone
diretto, per informare le nuove generazioni su come si comporta un intelletuale autonomo di fronte
al capitalismo. Quando, dopo anni di attivismo politico–culturale di alto livello e di relativa
prosperità, Alfabeta entrò in crisi finanziaria, certi amici suoi si diedero da fare per salvare
questo periodico, uno dei migliori d’Europa. Io, che ero il corrispondente parigino, sognai di
chiedere aiuto a Inge Feltrinelli, che aveva espresso, davanti a me, opinioni positive riguardo
ad Alfabeta. Ne parlai a Gianni, sperando di portarlo un giorno o l’altro da Inge. Lui, furibondo,
mi rispose secco, secco: “Ma Jean–Jacques, Alfabeta non è in vendita!”. End of story. Si difideva
di tutti quanti, anche troppo. Era senza illusione. Forse, aveva ragione.
Un’altra volta, una certa donna, più o meno portaborsa di De Michelis (mentre trionfava il fetente
Verdiglione e prima che Craxi fosse preso in bersaglio dalla famosa pioggia di monetine uscendo
dall’hotel Raphael a Roma) s’innamorò di Gianni. Gli faceva la corte in maniera pesante.
Questa signora aveva aperto una specie dí galleria d’arte nella stessa strada dove abitava
Gianni, proprio di fronte a casa sua, sperando di coinvolgerlo e di farlo cadere nelle sue braccia.
Gianni rimase di ghiaccio, la trappola essendo di una volgarità proprio craxiana. La pressione
dell’innamorata aumentava sempre di più, in proporzione con la freddezza di Gianni. Lei si era
messa in testa di fare da tramite fra De Michelis e Gianni in modo da “aiutare” Milanopoesia e
Intrapresa e, così, di farsi bella ai suoi occhi e ottenere ricompensa. Bisogna non dimenticare
che, per questa gente, la politica è solo una miscela di affari di soldi e di “affari di culo”.
L’ha detto apertamente il criminale di guerra e grande donnaiolo Kissinger: “Non c’è niente di
più afrodisiaco che il potere.” Per farla breve, Gianni mi portò in questa “galleria” davanti a
casa sua per il “vernissage” di una mostra (tra l’altro, ridicola). De Michelis era lì che parlava
con una signorina di faccia “porcina” e di tette enormi, insieme ad altre persone. Sassi fece
finta di non vederlo, rivolto verso i quadri ridicoli, sempre vestito della sua sciarpa nera e
del suo cappello nero. Situazione abbastanza comica. De Michelis si diede una mossa, venendo
verso Gianni con la mano tesa. Gianni gli disse freddamente: “Buona sera.” Senza stringerli la mano.
Basta, tutto lì. Insomma i socialisti non poterono mettere le mani su Milanopoesia o Intrapresa.
Gianni, salendo in macchina, mi disse . “Non è per niente una galleria, è un bordello, ma io con
queste puttane, non ci sto, preferisco il Lucky Bar!”. E lì andammo, come al solito, a bere più
di un “ultimo” whisky, fino alle due di notte. Questo tentativo, da parte dei così detti “socialisti”,
non fu il solo né l’ultimo.
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- Per esempio?
A un certo punto Gianni cominciò a sentirsi male, e anche Milanopoesia stava male.
Le entrate erano cadute, i costi per invitare tutti questi poeti e musicisti di vari
paesi alla Besana e all’Ansaldo erano invece saliti, così come i costi della tecnica
e dell’affitto. Gianni non ce la faceva più a pagare questa spesa sempre più alta e,
ormai, un aiuto finanziario del Comune e/o della Regione era diventato indispensabile.
Mario Giusti, amico vero di Gianni e organizzatore di Milanosuono – importante manifestazione sovvenzionata
che ospitava Milanopoesia – cercò di provocare un incontro di Gianni col “potere socialista”, incarnato dal
figlio di Craxi, Bobo, incaricato più o meno ufficialmente di controllare quello che certa gente chiamava
il “settore culturale” (sic). Si trattava di salvare Milanopoesia e Gianni fu costretto ad accettare di prestarsi
a questo sforzo. Mario aveva combinato un incontro nel backstage di un concerto rock, al Parco Lambro. Gianni
mi fece venire da Parigi per stargli vicino. Verso mezzanotte, siamo arrivati puntuali dal Lucky Bar al Parco
Lambro. Mario ci fece passare dietro le quinte e disse: “È lì, ti sta aspettando.” Bobo Craxi stava parlando
con i soliti cortigiani. Gianni disse a Mario “Si, però il primo passo deve farlo lui.” E si diresse verso il
bar per chiedere un doppio whisky secco. Mario mi disse: “Ma è matto?! Deve andare a salutarlo lui!” Nel frattempo
la faccia di Gianni era diventata nerissima e, con il suo cappello nero e con la sua sciarpa nera al collo,
sembrava una specie di pericoloso contrabbandiere sardo. La sua espressione di disgusto e di sfida faceva impressione.
Bobo che si era detto d’accordo per aiutare finanziariamente Milanopoesia – purché Sassi glielo domandasse e
accettasse le conseguenze di questo sponsoring – continuava a parlare con i suoi aspettando che Gianni si facesse vivo.
Gianni, invece, rimase fermo e muto, come un pugile o un toro pronto per l’assalto! Dopo dieci o quindici minuti di
questo teatro dell’assurdo, Bobo perse pazienza e disse ad alta voce “E’ tardi, devo andare.” Ma Sassi rimase fermo
e duro. E allora, furibondo, il figlio di Craxi passò accanto a noi senza nemmeno guardarci. Mario era desolato,
consapevole che la chiusura di Milanopoesia diventava così inevitabile. In macchina Gianni mi disse: “Con questa gente
non c’è niente da fare!” Aveva ragione lui, senza nessun dubbio, di difendere la dignità e l’autonomia dell’arte di
fronte alla politica. Soprattutto di fronte alla politica “craxiana” che ora è diventata “berlusconiana”. C’era già
stato un segnale di questo tipo quando due membri del comitato organizzativo di Milanopoesia,
se n’erano andati a
lavorare per il Corriere della Sera. Segnale orrendo. Il vento stava cambiando e anche le alleanze. Il “berlusconismo”
stava per salire sul trono centrale, a Milano la cultura slittava nei compromessi non proprio storici. La disgregazione
sociale e artistica era nell’aria. L’atteggiamento di Gianni, fino alla fine, fu quello che in francese chiamiamo
“seul contre tous” (solo contro tutti): in poche parole una eroica sconfitta e, nello stesso tempo, un’esemplare
vittoria, perché lui non si è mai piegato, non ha mai ceduto al regolamento “prostituzionale” del mercantilismo
“per bene”. Una altra volta che avevamo – Gianni, Enrico Baj ed io – un apputamento in Comune con l’assessore
per la cultura Corbani (un schifoso così-detto “migliorista”) per tentare di regalare alla Città di Milano il
nostro Grande Quadro Antifascista Colletivo (dipinto a Milano nel ‘60, esposto li al Anti Procès III nel ‘61 e
poi sequestrato dalla Questura per 24 anni), ci fecce aspettare tre ore nel corridorio. Furibondo, Gianni si
messe a urlare “Dove sto cane di Corbani?” Doppo, abbiamo capito che era fugitto da un'altra porta per non
essere confrontato con Sassi e con noi. Oggi, il quadro sta al museo di Arte Moderna di Strasburgo.
L’ultimo anno di Milanopoesia, quando Gianni stava già molto male, fu una tragedia somatica collettiva.
I grandi spazi dell’Ansaldo erano quasi deserti. Il pubblico era scarso. Non c’erano più soldi per pagare i poeti,
i musicisti, i tecnici. Era ovvio che l’“era Sassi” stava finendo. Siamo stati pochissimi a stargli vicino.
I carrieristi e i menefreghisti si erano tutti allontanati. Lui continuava, testardo come un orso, a fumare e a
bere, cioè ad avvelenarsi a morte, benché i medici l’avessero già molto prima messo in guardia contro questa
sistematica auto-distruzione. Insisto sul paradosso: la triste sconfitta economica e politica di Sassi fu una
notevole vittoria artistica ed intellettuale perché lui era riuscito, con splendida dignità, per più di trent’anni,
nel cuore del capitalismo manageriale moderno, a portare avanti un modo alternativo e autonomo di fare arte,
resistendo fino all’ultimo alla cultura della schiavitù. Per Milano la perdita di Gianni fu una tragedia.
Da quando non c’è più lui, la cultura viva dorme, il servilismo frenetico degli operatori culturali di regime
ha ripreso, uno dopo l’altro, tutti gli spazi conquistati da lui. Nessuno o quasi nessuno lo vuole ricordare,
anche fra quelli che hanno approfittato per anni delle sue iniziative strepitose e della sua forza motrice.
Oggi si accontentano della mediocrità “berlusconiana”. E’ una vergogna che a Milano, dove la sua mancanza è
così profonda, nessuno – fuorché Adriana e i suoi amici pesaresi – lo abbia ricordato con un libro o per lo
meno con una serata internazionale di omaggio. Questa lacuna la dice lunga sul basso livello in cui è caduto
l’ambiente culturale e sul potere di imputridimento esercitato dal “berlusconismo” generalizzato. Dato che i
suoi falsi amici di una volta hanno lasciato cancellare ogni traccia delle sue numerose realizzazioni e i suoi
avversari in questo momento si pavoneggiano vergognosamente, ci tengo a dire che per me fu un onore essere suo
amico e complice. Spero proprio che i siti, curati da Adriana Braga, da Viviana Bucci e da Claudio Bartolucci
ed altri, e la mostra dei Piatti per la poesia, dei giornali e dei manifesti ideati da lui, che si terrà a Pesaro
nella galleria di Franca Mancini, a cura di Claudio Bartolucci, Viviana Bucci e del loro studio Multipla, sia
l’inizio della fine del Blackout, del buco nero, che dopo la sua morte, ha quasi cancellato “l’era Sassi” dalla
memoria collettiva. Sarebbe ora che gli storici e gli antropologi culturali si mettessero a studiare e a a far
conoscere cosa ha fatto quell’uomo e in che cosa, esattamente, consisteva la sua incontestabile grandezza.
I dettagli della nostra lunga e fraterna collaborazione da Guerra alla Guerra, a Polyphonix 5, Milanopoesia,
Alfabeta e così via, li racconterò un’altra volta. Per il momento mi basta confermare, il più chiaramente
possibile, che Sassi era un uomo considerevole e che essere stato suo amico fu, per me, non solo un grande
onore ma un vero piacere.
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Biografia Jean-Jacques Lebel
Nomade e multilingue. impiega le proprie risorse in diverse direzioni: poesia (scritta e orale),
attività politiche e sociali a orientamento libertario, pittura, collage, happenings e interventi,
saggi critici, ecc.
Ha organizzato molte manifestazioni internazionali, tra cui: nel 1960 “Poesia
e jazz” a Parigi; “L’anti-processo” a Milano, a Parigi e a Venezia; “Poesia diretta” a Parigi a
partire dal 1963; “Per scongiurare lo spirito catastrofico” a Parigi nel 1963; Il “Festival della
libera espressione” a Parigi nel 1964, ’65 e ’66; “Happening e Fluxus” all’Università di Nanterre
nel 1976; “Elezione di miss festival” a Knokke le Zoute con Yoko Ono; “Visite guidate a hans Arp”
al Museo d’arte Moderna di Strasburgo nel 1980; con Joelle Leandre presenta “Duo coniugal” al festival
internazionale di Cogolin, a Parigi e al Museum of Modern Art di New York e “La soif d’amour de Saint
Thérèse de Lisieux” nel 1983 al festival “One world poetry” di Amsterdam e a Parigi. Ha pubblicato
diversi libri, tra cui: “Antologia della poesia della Beat Generation”, “L’Haooening”, “Lettera
aperta al guardone”, “L’amore e il denaro”, “Happening e altri interventi”. Nel 1979 ha fondato
il festival internazionale di poesia “Polyphonix”, che ancor oggi è uno dei momenti più significativi
per la cultura mondiale. Sue esposizioni personali sono state organizzate tra il 1955 e il 1965 a
Firenze, a Parigi e a Inezia. Volontariamente assente dal mercato dell’arte visiva per 23 anni,
nel giugno dell’ ’88 ha presentato alla Galeriè 1900-2000 i lavori prodotti tra il 1955 e il 1988,
con un’importante mostra personale dal titolo “Retour d’exil”. Dal 1998 ad oggi ha percorso alcune
tra le gallerie più importanti d’Europa con il suo “Reliquario per un culto di Venere”: installazione
nomade composta di parecchie centinaia di immagini e oggetti che attraversano la storia delle arti
e della società, e cambiano di contenuto e dimensioni a seconda del luogo e del momento. Ultima
di questo percorso l’installazione multimediale, “YES MAYBE NO”, alla Galleria Hans Mayer di
Dusseldorf, dal 6 settembre al 10 ottobre 2005.
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