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  Letteratura e poesia
 
Alfabeta
mensile di informazione culturale

Alfabeta - La Quinzaine
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quadrimestrale del centro
di ricerca sulla tradizione manoscritta di autori contemporanei


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Semestrale di letteratura

Campo
la ricerca in letteratura,
arti, scienze, critica


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convegno
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Il fido maestro giardiniere
festival di musica, danza,
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Il senso della letteratura
cento intellettuali
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Tradizione, letteratura, valori
incontro tra scrittori italiani, statunitensi e sovietici
1986


Vedo sento parlo
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Teramo, 14-15 marzo 1992


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Campo
La ricerca in letteratura, arti, scienze, critica

Il n° 1 esce in sedicesimi nel dicembre 1991: viene documentato il primo risultato di un convegno organizzato dalla rivista in una galleria milanese, Mudima, dal titolo “Il moderno in questione”.
L’obiettivo è di provocare le condizioni preliminari per un dialogo profondo tra le discipline all’altezza della ricerca avanzata, senza facili accostamenti ma con l’intenzione precisa di ritrovare, alla fine del percorso, un’idea complessiva di razionalità che possa riaffidare alla cultura quelle prerogative critiche in gran parte scomparse nell’ultimo decennio.

R. Bertolazzi
(Ottagono n. 104 - settembre 1992)

«La rivista “Campo” si può considerare una creatura di Leonetti: era progettata e costruita intorno alla sua intenzione di collegare campi diversi di ricerca che mostrassero soprattutto un avanzato livello critico-teorico. La mia partecipazione –ero il più giovane- si spiegava col fatto che Leonetti intendeva mantenere un contatto fattivo con ciò che in poesia stava accadendo proprio in quel momento: il Gruppo 93 e le ricerche di “Baldus” e “Altri Luoghi”. Ebbi così modo di misurare, nelle concitate riunioni di redazione, sia la continuità che il salto generazionale. La continuità giungeva fino agli anni ’50: erano le problematiche dello sperimentalismo e le istanze di profonda storicità, di presenza etica, se non politica, di un certo modo di intendere la ‘funzione intellettuale’ che giungevano fino a me, il salto generazionale era soprattutto nel pathos. Nel senso che per me, come per altri della mia generazione, molto di ciò che veniva detto e soprattutto il modo in cui veniva detto risultava ideologico, un pathos ideologico a noi estraneo. Insomma era già finito tutto ma Leonetti con enorme passione si ostinava a credere che la funzione intellettuale potesse ancora avere l’efficacia di due decenni prima. Questa passione utopica e spudoratamente anacronistica mi affascinava come l’idea di quella continuità che dava un senso di profondità storica alle ricerche che andavo compiendo in poesia. Il progetto di avvicinare campi di discorso diversi era difficilmente realizzabile: l’affiancamento, talvolta la giustapposizione delle problematiche, avveniva dall’alto, per collezione, in mancanza di una originaria interazione. Questo credo sia stato il limite intrinseco della rivista, che era poi il limite dell’ideologia: il postmoderno andava attraversato e gestito, rifiutarlo semplicemente significava condannarsi ad una sorta di disperata nostalgia. In conclusione considero un privilegio aver visto in diretta l’esercizio di quel tipo di passione intellettuale, soprattutto considerando ciò che è accaduto dopo…»

Biagio Cepollaro in “Campo”, Milano 2004.